Sphere – Spalten
Il movimento di base: piste intorno alla sfera
“Sphere – Spalten” è la forma base della serie Minimal Sphere. Qui è descritta la struttura che tutte le altre opere condividono; ognuna di esse vi cambia esattamente una regola.
La città di parallelepipedi poggia su una sfera. La sfera è gonfiata a partire da un cubo: sei campi, ciascuno con una griglia quadrata, e ogni linea della griglia è un cerchio massimo. Sui dodici spigoli del cubo corrono viali, negli otto vertici si aprono piazze – le cuciture della sfera diventano strade. Ogni parallelepipedo sta nella sua cella, separato dai vicini da una stretta fessura, e verso l’alto si fa leggermente a cuneo, perché la fessura resti uguale a ogni altezza. Ogni superficie porta esattamente un colore della tavolozza, la luce segna solo gradazioni: tetto, lato al sole, lato in ombra. È fissa nello spazio – se la camera gira intorno alla sfera, il lato notturno si sposta con lei.
Gli oggetti sono cubi fatti di cubi. Rotolano su piste chiuse all’infinito intorno alla sfera, ognuno alla propria cadenza sugli spigoli, e compaiono da dietro l’orizzonte invece di venire dal nulla. Il suolo si scansa al loro passaggio, dietro di loro torna su elastico e ne conserva per un po’ il colore – anche sul lato nascosto, così che le tracce tornano in vista. La sfera stessa si muove: scatta in posizione a quarti di giro e oscilla, viene deviata come da un elastico e torna indietro pendolando, e i parallelepipedi sentono l’accelerazione del loro suolo e molleggiano con essa. Chi tocca un oggetto punzona nel fondo un foro quadrato intorno a esso – porta il colore del cubo e solo lentamente si richiude.
Minimal Sphere è la serie sorella di Minimal Quaderspuren: le stesse dodici opere, le stesse figure e gli stessi movimenti – solo che ora la superficie è una sfera, chiusa tutt’intorno.
Il paesaggio di quest’opera è costruito a partire da una figura: fasce, ciascuna alla propria altezza. Ognuno dei sei campi della sfera ne mostra una porzione diversa.
Collocazione nel modello postdigitale della posizione
La forma base della serie: una pista intorno alla sfera, giro dopo giro, nient’altro. Tutto il resto vi cambia esattamente una regola.
La serie lavora con griglia, ritmo e ripetizione. Lo scarto nasce dall’altezza a cui ogni parallelepipedo sta nel fondo e dalla sequenza: cubi che rotolano uno dietro l’altro si trovano in fasi diverse della loro rotazione. Sulla sfera ogni pista ritorna su se stessa; la ripetizione non ha più fine e vive soltanto di questa varianza.
Quadrato e rettangolo sono forme concrete, nel fondo come nei corpi che vi stanno sopra – persino la sfera è costruita a partire da un cubo. Solo dove il movimento incontra il fondo riceve un impulso informale, e la sfera ne aggiunge uno proprio quando oscilla e i parallelepipedi molleggiano con lei. Due strutture concrete la cui interazione ha una conseguenza informale – qui si ritrova il campo di tensione tra concreto e informale. Tra i due poli si possono seguire dei gradi: la griglia fissa, il cubo che rotola spigolo dopo spigolo, il fondo che si scansa e torna indietro elastico, la traccia che trattiene il suo colore solo per un po’.
Tra non figurativo e figurativo vale: già la veduta spaziale rappresenta le forme concrete in modo figurativo, come corpi nello spazio – qui come un unico corpo intorno a cui gira la camera. Così la serie è in realtà una scultura virtuale in movimento – un’animazione digitale scultorea.
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