Atteggiamento e scuola di pensiero
Modello postdigitale della posizione secondo Tobias Post
Guardare è una forma di posizione
Per me l’arte è sempre anche atteggiamento e scuola di pensiero. Perché si capisca che cosa mi muove, che cosa c’è dietro l’arte e perché tutto questo non si coglie con una semplice «occhiata», delineo qui la teoria con cui guardo e descrivo il mio lavoro.
Di solito lo sguardo è determinato dalle lenti di una visione dell’arte semplificata e unica. Così, con gli occhi dell’artigiano l’arte è abilità, con quelli del commerciante valore di vendita, dello sportivo competizione, del politico opinione, e così via per molti altri. Mi vengono subito in mente innumerevoli professioni, ciascuna con i propri criteri di osservazione.
Spesso ci si ferma a questa unica valutazione lineare, a una sola dimensione, che finisce per produrre una gerarchia dell’arte. Inconsapevolmente si arriva allora in fretta a giudizi come «Questo quadro mi sembra bello», «È troppo piatto» o «Manca densità nell’opera». È facile riconoscervi subito un classico pregiudizio.
Per me «negli occhi di chi guarda» non significa appunto la determinazione di un valore e di un giudizio, ma prima di tutto una posizione inconsapevole del punto di vista e della cornice di significato.
Nel mio atteggiamento considero ingenua questa forma di valutazione. Naturalmente anch’io avverto impulsi simili quando guardo l’arte. Li vedo come una sfida a guardare più attentamente! La maturità nel guardare l’arte cresce quando si ha ben chiara davanti agli occhi la propria cornice di significato.
L’arte è negli occhi di chi guarda – e proprio per questo anche il guardare è una forma di posizione: non perché tutto sia arbitrario, ma perché ogni lettura sceglie punti di riferimento e con ciò produce significato.
Vorrei segnalare in anticipo, in particolare, la mia concezione ampliata della figurazione. E una forma di contesto aggiunto che non produce una visione d’insieme attraverso la distanza, come fa la semplificazione nell’astrazione, ma determina una distanza di visibilità attraverso una posizione che arricchisce.
La qualità propria dell’arte
Come artista mi sta a cuore mantenere viva la curiosità e – sì – andare avanti anche con una certa megalomania: stare sulle spalle dei giganti con uno sguardo nuovo, per poi porre qualcosa di mio.
«L’arte è posizione» è per me un concetto centrale. L’ho imparato quasi 40 anni fa dal mio insegnante di arte. Allora, da studente, non ne coglievo ancora tutta la portata.
Per me posizione significa consapevolezza e riflessione. Comprendere le decisioni visibili: si tratta di una «posizione gestuale», del risultato di regole o di qualcosa inserito nella catena dei «presupposti»?
Prendere decisioni nell’arte ha una qualità propria – a differenza dell’indagine scientifica e della ricerca di una verità verificabile. L’arte è creativa e creatrice; per me è un’intuizione universale e potente.
Ogni artista – consapevolmente o inconsapevolmente – si muove tra tradizioni, copie, deviazioni e novità. Nella loro posizione artistica, artiste e artisti sono spesso segnati da convinzioni e scuole stilistiche. Non si parte da zero; si è sempre inseriti in qualcosa.
La mia percezione è che il nuovo nell’arte si lasci spesso collocare con difficoltà in modo netto – e resti perciò imprigionato in una visione semplificata dell’arte. Mi sta a cuore rendere più spiegabile la specificità di una posizione artistica. Seguono perciò brevi introduzioni a campi di discussione attuali e problematici. Poi illustro il mio modello postdigitale della posizione.
Premesse e necessità di una scuola di pensiero chiara
La sfida dell’arte digitale
L’arte digitale è – per la sua temporalità e interattività – spesso stilisticamente più fluida delle arti visive tradizionali. Persino la scultura cinetica, il video e la media art, che lavorano anch’essi nel tempo, appaiono in molti casi stilisticamente più stabili. Nell’arte digitale, con l’interattività che nasce da chi guarda, stile, forze e contesto possono modificarsi di continuo: il bersaglio di cui si parla si muove anch’esso.
Le radici
Proprio la collocazione storica dell’arte digitale contemporanea all’interno di tradizioni o di radici visibili mi sembra spesso meno stabile, perché i quadri di riferimento si spostano più rapidamente.
Nel mondo della mediazione artistica nasce spesso una comoda logica di classificazione: «tradizionale» contro «digitale», «vecchio» contro «giovane». Più che descrizioni di una pratica reale, sono etichette per comunicare in fretta. Il mio interesse sta al di sotto: quali posizioni vengono prese – indipendentemente dal medium? Dove si trova la logica interna, dove la rottura, dove la decisione?
La logica curatoriale dei temi
La cornice curatoriale è indispensabile per l’arte: crea pubblico, contesto e leggibilità. Al tempo stesso istituzioni, logiche di finanziamento e formati di comunicazione generano una pressione verso una narrazione univoca.
La mia critica non è rivolta contro i temi, ma contro il momento in cui la posizione artistica scompare dietro una formula curatoriale funzionale. Allora l’opera non è più visibile come autorialità, ma come prova all’interno di una narrazione.
La mia proposta è un altro equilibrio: il tema sì – ma visibile come oggetto posto artisticamente nell’opera, non come legittimazione anteposta. Così la prospettiva artistica resta riconoscibile e il discorso acquista profondità.
Produzione meccanica di massa e IA
Nuove – e molto cariche di tensione – sono le discussioni e le paure intorno all’IA generativa. Per me la questione centrale non è tanto la «coscienza», quanto l’autorialità: chi prende le posizioni decisive, chi porta la responsabilità, chi risponde del contesto e dell’effetto?
L’IA può fornire materiale, accelerare la variazione, proporre schemi – ma una posizione artistica nasce là dove l’artista compie delle scelte, pone dei limiti, si assume la responsabilità dei significati e dichiara l’opera come atteggiamento. Qui artiste e artisti dovrebbero prendere posizione con sicurezza e chiarezza.
Un modello di campo generale per circoscrivere l’arte
Per rendere comprensibile la mia scuola di pensiero, spiego prima un modello di campo generale. Questo modello descrive un modo di collocare le opere d’arte per esplorare più a fondo il loro legame con la tradizione, gli stili, i contesti e i concetti – e renderle così più facili da discutere e da vivere. Aiuta inoltre a mettere in relazione le opere e chi le ha create.
L’obiettivo è allontanarsi da una semplice descrizione in una sola parola, orientata allo stile, e rendere davvero giustizia allo sviluppo e al cambiamento del divenire artistico.
Si assumono diversi punti di vista e si determinano, rispetto all’opera, vicinanza e distanza. Con ulteriori posizioni si definiscono punti di osservazione in un campo. Punti di riferimento possono essere, per esempio, stili artistici, scuole d’arte, principi, contesti, proprietà, forma, contenuti – o prospettive sull’arte scelte liberamente.
La scelta dei punti di riferimento è una posizione consapevole dell’artista o di chi guarda, per avvicinarsi alle opere nella loro logica interna.
- «L’arte è posizione» (dell’artista).
- «Definire punti di osservazione è posizione» (del guardare).
- «Il posizionamento è analisi e discussione» (del guardare).
La posizione è descritta dalla vicinanza e dalla distanza rispetto ai punti di riferimento. Con questo modello ci si può confrontare molto liberamente con ogni tema e ogni forma d’arte. Naturalmente anche l’artista è, a sua volta, qualcuno che guarda. Già prima di porre l’opera, l’artista può fissare consapevolmente dei punti di riferimento e orientarsi su di essi – lo sguardo di chi guarda, però, nella sua libertà non vi è vincolato.
Modello postdigitale della posizione secondo Tobias Post
Nella mia pratica, i punti di vista più importanti sono l’Informale, l’arte concreta e la figurazione. Queste tre prospettive costituiscono i punti del mio campo, per rendere le mie opere più accessibili, più visibili e più spiegabili.
Momentum
Nelle discussioni degli studi culturali, «postdigitale» indica a grandi linee un presente in cui la digitalità non è più considerata una novità, ma una parte ovvia della nostra realtà di vita e d’arte. La digitalità è presente artistico – non automaticamente innovazione.
Da oltre quattro decenni lavoro artisticamente anche con procedimenti digitali. Per chi, come me, pensa da pittore, il digitale è un elemento centrale per integrare il tempo e l’interattività come momentum. Così posso porre il cambiamento in una singola opera, senza dover necessariamente ricorrere a serie di opere.
Informale
Figlio del mio tempo, sono fortemente segnato dall’Informale. La mia pittura va intesa come gesto – nella sua unicità puntuale. Ogni tratto è movimento ed è ancorato nel momento presente. (La meditazione zen non è lontana.)
Arte concreta
L’arte concreta mi è vicina anche per la mia esperienza professionale di sviluppatore software. Il pensiero analitico, astrattivo, ordinatore e architettonico è per me una sorta di linfa vitale. In Germania questa tradizione è fortemente radicata, tra l’altro, grazie al Bauhaus.
Due poli stilistici di un unico asse
Semplificando, Informale e arte concreta sono per me due poli tra spontaneità creativa e concetto chiaro. Ogni opera – e ogni pratica artistica – si muove tra i due; quasi nulla raggiunge questi ideali in forma pura. Per me entrambi i poli opposti partecipano universalmente a ogni lavoro creativo.
Di entrambe le correnti esistono numerose definizioni e spiegazioni. La loro collocazione storica è complessa e segnata tanto dalla ricerca quanto dai dibattiti; il pensiero filosofico vi risuona spesso.
Figurazione
Nel linguaggio quotidiano la «figurazione» è intesa per lo più come riferimento a cose tangibili o visibili, che si possono raffigurare in un’immagine. La distanza percepita tra l’immagine e la realtà viene allora spesso letta come grado di astrazione o di semplificazione. L’astrazione si muove così senza soluzione di continuità tra figurazione e non figurazione.
A prima vista Informale e arte concreta appaiono non figurativi e quindi «puri». Se però non si pensa alcun punto di riferimento (nessuna «controparte»), il concetto di «astrazione» perde nitidezza – perché l’astrazione presuppone normalmente che si astragga qualcosa da qualcosa.
Il punto di riferimento come posizione del guardare
Da una metaprospettiva, formare un punto di riferimento rispetto all’opera è una posizione del guardare. Mi preme sottolinearlo: la formazione di un oggetto «contrapposto» alla raffigurazione può essere una decisione di chi guarda – così come in una forma si riconosce un ritratto, una sedia o un paesaggio.
Portato all’estremo: qualcuno vede una superficie blu e decide «questo è un elefante». Oppure si sceglie un riferimento interno e si dice: il colore blu stesso è la propria controparte – come concetto di colore.
Al contrario, si può anche guardare ogni immagine letta in chiave figurativa senza riferimento all’oggetto e darle un peso non figurativo. A partire da quando la pura osservazione della forma è già di per sé un «oggetto» dell’osservazione?
Da qui si vede che non si tratta necessariamente di un antagonista nella realtà esterna, ma di qualcosa che ci sta di fronte nell’esperienza soggettiva. La «figurazione» è quindi spesso più intellettuale e filosofica di quanto appaia a prima vista – e va oltre l’idea della raffigurazione realistica.
Il contesto aggiunto
L’astrazione vive di semplificazione. L’essenza dell’astrarre è il togliere. Attraverso l’«aggiunta» di regole o di una posizione gestuale posso spostare l’oggetto in una prospettiva più ampia. La figurazione perde così la sua condizione di solitudine e deve rinunciare alla completezza. L’oggetto condivide il tutto con il nuovo e diventa più ampio; l’oggetto perde, il tutto diventa più grande. Non è dunque un’astrazione classica, ma chiarisce il contesto con un approccio opposto.
È l’opposto del togliere, un aggiungere creativo. Per me è importante usare consapevolmente, attraverso un’aggiunta di elementi dell’Informale o dell’arte concreta, un chiaro polo opposto alla figurazione.
Premessa: poter discutere l’arte
Per tornare alla possibilità di discutere l’arte: anche un concetto, un principio o un tema socialmente rilevante possono essere visti come «oggetto» nell’opera. Ottengono così un posto nel contesto artistico, invece di fluttuare liberamente. La posizione artistica si può allora collocare – anche nel dibattito sui contenuti – attraverso gradi di astrazione e mettere in relazione con il lavoro formale.
Sul piano pragmatico, da questo approccio si può ricavare anche l’elaborazione di diagrammi e modelli di campo, per rendere confrontabili artiste, artisti e opere. Il modello postdigitale della posizione è così un modello flessibile per guardare l’arte e immergersi in un’opera in modo più profondo, più stratificato e più consapevole attraverso diversi punti di vista. Offre una cornice per precisare il linguaggio in modo relazionale – con riferimenti fissi.
Prosecuzione
Tutto questo, in generale, è solo un primo accesso. Particolarmente stimolante è proprio l’elaborazione dei poli nelle diverse sottocategorie stilistiche. Trovo molto proficuo avvicinarsi qui all’opera d’arte e collegare all’analisi gesti e regole chiaramente visibili.
Nota
Mi preme sottolineare che qui non si tratta di giudizi di valore, di competizione sulla qualità o di monopolio dell’interpretazione. Non si tratta di porre un punto di vista al di sopra di un altro e di imporre così delle gerarchie.
L’arte possiede una qualità propria che va ben oltre la verità, il sapere e il valore. La coscienza può crescere e dare ali al nostro essere umani là dove sono possibili libertà, rispetto e un atteggiamento compassionevole.
Come citare
Post, Tobias (2026): Modello postdigitale della posizione secondo Tobias Post. Guardare è una forma di posizione. https://cube4arts.de/it/documenti/postdigitales-setzungsmodell-nach-tobias-post
Autore
Tobias Post
Pittura · Arte luminosa digitale · Scultura · Progetti curatoriali
Altri documenti
Tutti i documenti-
Due metà separate si fondono
Tobias Post - la storia dietro l’arte
L’unione di arte e tecnica è il mio superpotere per l’arte immersiva
-
Togliere non è l’unica via
La complessità come posizione
Gruppi, ritmi e varianti all’interno delle strutture
-
Un’ipotesi storica sul nuovo significato dell’arte
Dalla società del dopoguerra alla società dell’IA
La trasformazione della competenza umana
-
Non è solo l’opera a essere standardizzata
L’inganno dell’etichetta
ma l’intera messa in scena sociale attorno all’essere artista
-
Anche il giudizio è una posizione
Giuria d’arte trasparente
Riflettere sul giudizio e renderlo esplicito
-
Crisi di credibilità morale
Il Modello di equità culturale
Le istituzioni non agiscono – agiscono le persone